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«Do’ cojo, cojo!», a San Benedetto il primo torneo di freccette dell’UICI Piceno-Fermo

La sezione marchigiana dell'Unione Ciechi ha organizzato la sua prima gara di freccette adattata per soci non vedenti e ipovedenti, a San Benedetto del Tronto. Un format pensato per essere ripetuto altrove.

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«Do' cojo, cojo!», a San Benedetto il primo torneo di freccette dell'UICI Piceno-Fermo

Le freccette sembrano uno sport fatto apposta per escludere chi non vede: un bersaglio lontano, un centro da colpire a occhio, i punteggi scritti su una lavagna. Eppure a San Benedetto del Tronto una squadra di soci ciechi e ipovedenti ha passato una giornata a lanciare freccette, tra punti e risate. Lo ha raccontato l’ANSA il 20 luglio 2026.

La prima volta della sezione

A organizzare il torneo è stata l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti della provincia di Ascoli Piceno e Fermo, alla sua prima competizione sportiva interna. L’appuntamento si è svolto in una struttura del territorio dedicata a feste e ricorrenze, con una squadra di soci non vedenti e ipovedenti a contendersi i punti.

Il nome scelto, «Do’ cojo, cojo!», è un’espressione dialettale che vale come «dove prendo, prendo», e dice già lo spirito della giornata: sfida sì, ma senza prendersi troppo sul serio. La presidente della sezione, Gigliola Chiappini, ha parlato di un evento nato dall’autoironia e dall’energia del gruppo.

Un’amicizia dietro l’idea

L’iniziativa è nata dal rapporto tra la sezione e Luca Simonetti, che nelle Marche gestisce tornei di freccette e biliardino insieme alla Figest, la federazione dei giochi e degli sport tradizionali. Da quella amicizia è arrivata la proposta di provare le freccette anche con i soci dell’Unione, adattando la gara a chi gioca senza la vista.

Chiappini ha definito il torneo un format inclusivo e ripetibile, cioè un modello che altre sezioni possono riprendere. È il punto che dà alla giornata un valore oltre il singolo pomeriggio: uno schema riproducibile a basso costo, dove serve soprattutto la volontà di organizzarlo.

Il racconto dell’ANSA non entra nel dettaglio di come le freccette siano state rese giocabili senza la vista. Nelle esperienze di questo tipo l’adattamento passa di solito da riferimenti sonori e tattili che aiutano a orientare il tiro e da un arbitro che scandisce i punteggi a voce, ma per questa specifica edizione la sezione non ha diffuso le regole tecniche adottate.

Lo sport come strumento di socialità

Per l’Unione lo sport è da sempre un modo per stare insieme e allargare l’autonomia, prima ancora che una questione di risultati. Le sezioni provinciali organizzano da anni attività che vanno dal torball al calcio a cinque per non vedenti, discipline nate o riadattate per essere giocate con l’udito e il tatto. Le freccette adattate si aggiungono a questo elenco, portando dentro il perimetro uno sport di precisione che di solito si dà per scontato come «solo visivo».

Uno sport di lancio allena la percezione dello spazio e la coordinazione, capacità che per chi non vede hanno ricadute anche fuori dal gioco, nell’orientamento di ogni giorno. La giornata di San Benedetto ha avuto però soprattutto un carattere ricreativo e di aggregazione. Ritrovarsi, misurarsi in una gara leggera, ridere di un lancio andato male: sono occasioni che per molti soci contano quanto il punteggio finale, e che costruiscono i legami dentro la sezione.

Un modello per le altre sezioni

Il torneo si chiude con l’intenzione dichiarata di ripeterlo. Chiappini ha lasciato aperta la porta a nuove edizioni e all’idea che l’esperienza possa essere ripresa altrove. Per un’associazione fatta di volontari, un’attività semplice da mettere in piedi e capace di coinvolgere i soci è un piccolo capitale da far girare.