Dire che un sito è accessibile è facile. Dimostrarlo con un metodo ripetibile è un’altra cosa. Il 23 luglio il W3C ha pubblicato WCAG-EM 2.0, la metodologia ufficiale per valutare quanto un prodotto digitale rispetta le linee guida WCAG. La sigla sta per Website Accessibility Conformance Evaluation Methodology, e la versione 2.0 allarga il campo ben oltre i siti web.
Il documento è una W3C Group Note firmata dall’Accessibility Guidelines Working Group. Non è una norma tecnica: la pagina chiarisce che la Nota è appoggiata dal gruppo di lavoro ma non dal W3C nel suo insieme, e che il metodo non aggiunge né cambia i requisiti fissati dallo standard WCAG. Serve a spiegare come si conduce una valutazione seria, passo dopo passo.
Cosa cambia con la 2.0
La versione 1.0 guardava ai siti e alle pagine web. La 2.0 si applica a una gamma molto più ampia di prodotti: siti, applicazioni mobili, chioschi digitali e documenti. Copre le app native, quelle ibride e quelle multipiattaforma, e mette dentro anche i file PDF e gli EPUB. La valutazione è riferita alle WCAG 2.2, la versione delle linee guida oggi in vigore.
L’allargamento alle app mobili colma un buco che si sentiva da anni. Molti servizi che un cieco usa ogni giorno, dall’home banking all’acquisto di un biglietto, vivono dentro un’app, non su una pagina web. Avere un metodo condiviso per misurarne l’accessibilità dà agli enti e alle aziende lo strumento con cui provare che l’app funziona con lo screen reader, o al contrario mette in chiaro dove non funziona.
Come funziona una valutazione
WCAG-EM descrive una sequenza ordinata: definire il perimetro di ciò che si valuta, esplorare il prodotto per capirne struttura e funzioni, scegliere un campione significativo di pagine o schermate, verificare ogni elemento rispetto ai criteri WCAG e riportare i risultati in modo che siano ricostruibili da altri. L’idea è che due valutatori diversi, applicando lo stesso metodo allo stesso sito, arrivino a conclusioni confrontabili e non a giudizi personali.
Perché serve a chi non vede
Chi naviga con VoiceOver, NVDA o JAWS sa quanto un errore di accessibilità cambi la vita quotidiana: un pulsante senza nome, un modulo che salta l’ordine di lettura, un menu che lo screen reader non annuncia. Un metodo standard di valutazione serve a due cose. Da un lato dà alle organizzazioni un modo per controllare i propri servizi prima che i problemi arrivino all’utente. Dall’altro offre a chi vigila sui diritti un metro comune per verificare le dichiarazioni di accessibilità, che con l’European Accessibility Act sono ormai un obbligo per molti prodotti.
Qui sta anche il limite dei controlli fatti solo con software automatici. Gli strumenti che scansionano un sito colgono una parte degli errori, per esempio un’immagine senza descrizione, ma non sanno dire se la descrizione ha senso, se un modulo si compila davvero con la tastiera, se l’ordine di lettura segue il contenuto. WCAG-EM chiede una verifica condotta da persone che usano le tecnologie assistive, con un campione scelto e un metodo dichiarato. È la differenza tra un bollino ottenuto in automatico e una prova che il servizio si lascia usare per davvero.
Un pezzo del mosaico normativo
WCAG-EM 2.0 arriva nella stessa settimana in cui il W3C ha portato avanti anche la bozza di EPUB 3.4. Sono due tasselli dello stesso lavoro: definire cosa vuol dire accessibile e come si misura. In Italia, dove il regolamento AgID ha reso esigibile il diritto all’accessibilità digitale e prevede sanzioni, avere una metodologia riconosciuta a livello internazionale dà a controllori e aziende un riferimento su cui poggiare le verifiche, senza doverne inventare uno caso per caso.
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