Per anni una persona cieca che voleva un’app fatta come dice lei aveva due strade: imparare a programmare oppure pagare qualcuno e sperare che curasse l’accessibilità. Gli strumenti di intelligenza artificiale che scrivono codice a partire da istruzioni in linguaggio naturale stanno aprendo una terza via. La trasmissione Double Tap, il 20 luglio, ha dedicato una puntata a questo passaggio, con il caso di uno sviluppatore non vedente che si è costruito da solo la propria app.
Il metodo ha già un nome diffuso tra gli addetti ai lavori: vibe coding. Si descrive a parole quello che l’app deve fare e un modello di intelligenza artificiale genera il codice, che poi si corregge e si rifinisce con altre richieste. Il punto, per chi non vede, è che quasi tutto il lavoro passa dal testo e dalla conversazione, terreno dove uno screen reader se la cava bene.
Il caso Earshot
Nella puntata lo sviluppatore cieco Michael Babcock racconta di aver realizzato la sua app per i podcast, chiamata Earshot, appoggiandosi a strumenti di programmazione assistita dall’intelligenza artificiale. Tra questi cita Claude e Codex, oltre al modello Fable 5 di Anthropic. Il flusso di lavoro comprende un documento di requisiti scritto in anticipo, la piattaforma GitHub per gestire il codice e quelli che Babcock chiama agenti di accessibilità, cioè assistenti che controllano se l’interfaccia risulta usabile con lo screen reader.
Va detto con onestà: la puntata è un racconto di metodo, non una recensione del prodotto finito. Lo stato di distribuzione di Earshot sugli store non è confermato nel materiale pubblico, quindi la notizia sta nel percorso più che nell’app in sé. Il valore, per i lettori, è vedere come un utente cieco arriva a un risultato che prima richiedeva un team.
Perché il testo cambia le carte
Programmare in modo tradizionale con uno screen reader si può, e molti lo fanno da tempo, ma resta faticoso. Bisogna orientarsi tra ambienti di sviluppo complessi, leggere messaggi di errore fitti, muoversi in interfacce piene di pannelli. Descrivere invece a parole cosa deve succedere, e leggere la risposta come si legge una email, sposta gran parte dello sforzo su un canale che il non vedente controlla già.
Resta il nodo del controllo finale. Un’app generata dall’intelligenza artificiale va provata sul campo con VoiceOver o con TalkBack, perché il codice può funzionare e restare comunque poco usabile a orecchio. Qui tornano utili proprio gli agenti di accessibilità citati nella puntata, che segnalano pulsanti senza nome, campi non etichettati e ordini di lettura sbagliati.
Una tendenza già vista in Italia
Il fenomeno non è solo americano. In Italia sviluppatori non vedenti hanno firmato app pensate per la comunità, dal calcio manageriale accessibile agli editor audio per iPhone. L’intelligenza artificiale che scrive codice abbassa la soglia d’ingresso e allarga la platea di chi può provarci, comprese le persone che hanno un’idea chiara ma nessuna formazione tecnica.
Il rischio, come sempre quando uno strumento si democratizza, è la qualità. Facilità di produrre app non significa app curate, e il web si è già riempito di prodotti tirati su in fretta e abbandonati. Per chi non vede il metro resta uno solo: l’app va provata con lo screen reader, e se non fila liscia a voce non serve, per quanto sia stata rapida da creare.
Cosa aspettarsi ora
La direzione sembra segnata. Con modelli sempre più capaci di scrivere e correggere codice, il numero di app di nicchia costruite da singoli utenti ciechi crescerà, spesso per bisogni che le grandi aziende ignorano perché il mercato è piccolo. Vale la pena tenere d’occhio i forum della comunità, dove questi progetti nascono, si provano e a volte spariscono. La puntata di Double Tap segna un momento in cui il fai da te tecnologico dei non vedenti smette di essere un’eccezione e diventa una pratica.