Se una persona si accascia per un arresto cardiaco, i primi minuti decidono tutto. Ma cosa succede se chi le sta accanto non vede? Il progetto Mani che vedono nasce per rispondere a questa domanda: insegnare a persone cieche e ipovedenti la rianimazione cardiopolmonare e l’uso del defibrillatore, con corsi e materiali costruiti apposta per chi impara con le mani e con l’udito. Il 24 luglio uno di questi corsi si tiene a Como, nel pomeriggio, presso la sede territoriale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.
Il corso è di tipo BLSD, la sigla che indica il soccorso di base con l’uso del defibrillatore. Di solito viene insegnato guardando un manichino, seguendo un video e leggendo le istruzioni sul display dell’apparecchio. Tre canali che a un non vedente sono preclusi. Mani che vedono riscrive il percorso togliendo la vista dall’equazione.
Un soccorso che si impara con il tatto
Il massaggio cardiaco, in fondo, è già un gesto tattile: si tratta di trovare il punto giusto sul torace e di comprimere con il ritmo corretto. Un soccorritore cieco può imparare a individuare quel punto con le mani, a mantenere la frequenza contando o seguendo un metronomo sonoro, a percepire se la profondità della compressione è sufficiente. La vista, in questa parte, aiuta poco anche a chi ce l’ha.
Il nodo vero è il defibrillatore. L’apparecchio guida il soccorritore con messaggi vocali, chiede di applicare le piastre e avvisa quando sta per erogare la scarica. Molti modelli parlano già, e questo li rende in buona parte utilizzabili anche senza guardare lo schermo. Il corso lavora proprio qui: far conoscere come è fatto un defibrillatore, dove vanno posizionate le piastre sul corpo, come riconoscere al tatto e all’udito le fasi che l’apparecchio scandisce.
Manuali in braille e audiolibri al posto delle slide
La parte teorica arriva con materiali pensati per essere letti senza gli occhi. Il progetto mette a disposizione manuali in braille e audiolibri, così chi partecipa può studiare prima e ripassare dopo, con gli stessi contenuti che un allievo vedente trova nelle dispense. È un lavoro editoriale non banale, perché tradurre in braille e in audio un manuale pieno di illustrazioni e schemi richiede di ripensare ogni immagine in parole.
La stessa attenzione riguarda gli ausili tattili usati durante le lezioni: modelli, riproduzioni e supporti che permettono di toccare ciò che gli altri vedono su una diapositiva. Chi frequenta il corso riceve la stessa formazione di un allievo vedente, veicolata attraverso un canale diverso.
Chi c’è dietro il progetto
Mani che vedono è un’iniziativa di Salvamento Academy, ente di formazione al primo soccorso, portata avanti insieme a tre realtà del mondo della disabilità visiva: l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, l’associazione Disabili Visivi e la Pro Retinopatici e Ipovedenti. L’obiettivo dichiarato è definire percorsi formativi specifici per addestrare soccorritori ciechi e ipovedenti, e allargare le conoscenze su come si insegna il primo soccorso a chi non vede.
I corsi vengono organizzati gratuitamente dagli istruttori e dai centri di formazione della rete Salvamento, e nei prossimi mesi toccheranno diverse sedi UICI in Italia. L’appuntamento di Como del 24 luglio è uno di questi passaggi, con inizio nel primo pomeriggio.
Ribaltare l’idea di chi può salvare una vita
Dietro l’aspetto tecnico c’è un cambio di prospettiva. Per anni la persona cieca è stata pensata solo come qualcuno da soccorrere. Un corso che la mette nella posizione di rianimare qualcun altro rovescia quel ruolo, e lo fa con competenze verificabili sul campo, valutate come per qualsiasi soccorritore.
Il valore pratico è semplice da capire. Un arresto cardiaco può capitare in casa, in ufficio, per strada, davanti a chiunque si trovi lì in quel momento. Se quel qualcuno è cieco e sa cosa fare, i minuti che contano non vanno persi. Insegnare a un non vedente a usare un defibrillatore vuol dire aggiungere, non togliere, una possibilità di salvezza per tutti.