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Il 79% dei ciechi usa le descrizioni AI, e per uno su cinque un errore ha fatto danni

Il rapporto Innovation for Access dell'American Foundation for the Blind, pubblicato ad agosto 2026, misura su 622 utenti quanto le descrizioni AI siano entrate nell'uso quotidiano e quanto costano gli errori.

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Illustrazione editoriale a tema: Il 79% dei ciechi usa le descrizioni AI, e per uno su cinque un errore ha fatto danni

Un partecipante cieco ha puntato il telefono su un tubetto di pomata e ha chiesto all’intelligenza artificiale quali fossero le indicazioni d’uso. La risposta: «mastica 4 compresse 2 volte al giorno». L’episodio è raccolto nel rapporto Innovation for Access: AI and Its Use as Assistive Technology for People with Disabilities, pubblicato ad agosto 2026 dall’American Foundation for the Blind, e non è un caso isolato: fra le persone cieche e ipovedenti che usano le descrizioni AI, una su cinque dice di aver subito un danno per un errore del sistema.

Chi ha risposto al sondaggio

Il rapporto porta la firma di William E. Hanuschock e Arielle M. Silverman e rielabora i dati di un sondaggio condotto nel 2025 su 1.735 partecipanti, di cui 1.070 con disabilità e 665 senza. Alle domande sulle descrizioni visive generate dall’AI hanno risposto in 705, e dopo la pulizia dei dati l’analisi si è concentrata su 622 utenti effettivi: 458 con disabilità, di cui 290 ciechi o ipovedenti. Le domande del questionario sono state costruite con il contributo di un gruppo di lavoro formato da 19 organizzazioni della disabilità, e la ricerca è stata sostenuta dalla Ford Foundation.

Il dato di partenza dice quanto la tecnologia sia entrata nell’uso quotidiano: il 79% dei partecipanti ciechi e ipovedenti dell’intero studio dichiara di usare le descrizioni visive AI.

A cosa serve, e quante volte al giorno

Fra gli utenti ciechi e ipovedenti l’uso più diffuso è leggere testo, indicato dal 93%. Seguono la descrizione di foto scattate da sé o da altri (78%), la descrizione di scene (78%) e la richiesta di dettagli su un oggetto, per esempio capire cosa contiene una lattina (76%). I video restano indietro, al 39%.

Cambia molto la frequenza rispetto agli utenti vedenti. Il 51% dei partecipanti ciechi e ipovedenti apre una descrizione AI almeno una volta al giorno, il 36% almeno una volta a settimana, il restante 15% più di rado. Fra i vedenti che usano lo stesso tipo di strumento, l’uso quotidiano si ferma al 9%, e il 73% dichiara di ricorrervi meno di una volta a settimana.

Accurate, ma quanto

Sul giudizio di qualità il quadro è positivo e prudente insieme. L’8% degli utenti considera le descrizioni estremamente accurate, il 57% quasi sempre accurate, il 29% accurate solo in parte, l’1% per nulla accurate, il 4% non sa dire. Gli utenti con disabilità danno voti più alti dei vedenti senza disabilità: il 59% contro il 52% sceglie «quasi sempre accurate», mentre i secondi si spostano più spesso sulla risposta intermedia (36% contro 27%).

Gli errori che hanno fatto danno

Novanta partecipanti hanno raccontato di errori dell’AI che hanno prodotto conseguenze negative. Di questi, 61 sono utenti ciechi o ipovedenti, cioè il 21% di quel gruppo, contro il 9% sia degli utenti vedenti con altre disabilità sia dei partecipanti senza disabilità. Gli autori collegano la differenza a due elementi: la mancanza di un riscontro visivo immediato sull’immagine analizzata e il tipo di documenti su cui la tecnologia viene usata.

Un partecipante ha usato uno strumento AI per compilare moduli fiscali non accessibili allo screen reader e racconta che l’AI «ha fornito informazioni molto sbagliate che avrebbero causato seri errori nella dichiarazione, se non avessi verificato con una persona». L’altro caso citato è quello della pomata scambiata per compresse da masticare, chiuso dal commento dell’interessato: da adesso, per queste cose, chiederà conferma a un essere umano.

La privacy pesa più di quanto si dia per scontato

Gli autori partono da un’assunzione diffusa, cioè che chi ha una disabilità sia disposto a cedere privacy pur di ottenere accesso alle informazioni. I numeri raccontano altro. Se lo strumento AI non salva né condivide le immagini, il 60% degli utenti preferisce l’AI a un lettore umano per i documenti riservati. Se invece le immagini vengono condivise con un’azienda tecnologica, la quota crolla al 17% fra gli utenti con disabilità e al 28% fra quelli senza.

Fra le richieste raccolte c’è anche una parte di ergonomia. Un partecipante scrive di volere istruzioni su come inquadrare meglio: «Per esempio, sposta la fotocamera a sinistra o a destra. E poi mi viene sempre detto che non c’è abbastanza luce quando sono sicuro che ce ne sia. Accendere la torcia del telefono in automatico sarebbe utile, visto che sono totalmente cieco».

Cosa chiede l’AFB a chi sviluppa

Le raccomandazioni finali, curate da Sarah Malaier e Stephanie Enyart, si rivolgono a chi costruisce AI generalista e assistiva. Fra le più dirette: migliorare l’accuratezza della visione artificiale quando a scattare la foto è una persona cieca o ipovedente; ottimizzare le app di descrizione per l’uso non visivo, con segnali tattili o sonori che aiutino a inquadrare; lasciare all’utente il controllo sulla verbosità della descrizione; comunicare aspettative realistiche sulle capacità del modello per evitare l’eccesso di fiducia in contesti sensibili come la sicurezza negli spostamenti e la lettura di informazioni mediche.

Due punti riguardano la catena dei dati: sviluppare prodotti che elaborano sul dispositivo, con la possibilità di scegliere fra cloud ed elaborazione locale o di restare sempre in locale, e non usare come materiale di addestramento le conversazioni e i documenti sensibili. Uno riguarda la censura: le descrizioni e i sottotitoli non vanno tagliati senza il consenso di chi li riceve.

Scarica il rapporto «Innovation for Access» dal sito dell’American Foundation for the Blind (PDF accessibile, 20 pagine, in inglese, gratuito). La serie completa sull’intelligenza artificiale è raccolta nella pagina AI Series di AFB.

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