Un paziente in Francia ha finito di leggere un romanzo di trecento pagine e ha spedito il libro all’azienda che gli ha restituito la vista centrale. La storia arriva da Science Corporation, che il 22 luglio ha annunciato il via libera dei regolatori europei alla commercializzazione di PRIMA, un impianto retinico pensato per chi ha perso la visione al centro del campo visivo a causa della degenerazione maculare senile. Il marchio CE apre la strada alla vendita nell’Unione Europea e nello Spazio economico europeo, con le prime procedure attese in Germania a partire da settembre.
La degenerazione maculare legata all’età, nella sua forma avanzata chiamata atrofia geografica, cancella la parte centrale di ciò che una persona vede. Restano i margini, sparisce il punto in cui l’occhio mette a fuoco per leggere, riconoscere un volto, distinguere le cifre su una bolletta. È una delle prime cause di ipovisione grave tra gli anziani e per ora le terapie disponibili rallentano il danno senza recuperare quello che si è perso.
Come funziona l’impianto
Il sistema unisce due pezzi. Il primo è un microchip largo pochi millimetri, impiantato sotto la retina con un intervento ambulatoriale. Il secondo è un paio di occhiali con una telecamera e un piccolo proiettore. La telecamera riprende la scena davanti alla persona, gli occhiali inviano le immagini via wireless al chip, e il chip stimola le cellule retiniche ancora vive traducendo la luce in impulsi elettrici. Il cervello riceve così un segnale nel punto dove prima c’era il buio.
Il risultato è una visione parziale e artificiale, che si affianca a quella periferica rimasta. Gli occhiali permettono anche di ingrandire l’immagine, una funzione utile per mettere a fuoco un testo o un cartello. Science Corporation ha acquisito nel 2024 la francese Pixium Vision, che aveva sviluppato la tecnologia di base, e sta lavorando a chip più performanti e a occhiali dalla forma più leggera.
Cosa dicono i numeri della sperimentazione
I dati che hanno convinto i regolatori vengono da uno studio clinico su 38 pazienti seguiti in 17 centri di cinque Paesi. A dodici mesi dall’impianto il miglioramento medio è stato di 25,5 lettere sulla tavola ETDRS, la scala standard con cui gli oculisti misurano l’acuità visiva. In pratica, più di cinque righe guadagnate su un tabellone ottico. L’84 per cento dei partecipanti è tornato a riconoscere lettere, numeri e parole. L’80 per cento ha ottenuto un miglioramento di almeno 0,2 logMAR, pari a dieci lettere.
«Uno dei nostri pazienti in Francia ha finito un romanzo di trecento pagine qualche tempo fa e ci ha spedito il libro», ha raccontato Max Hodak, amministratore delegato di Science Corporation. La lettura di un testo lungo, per chi conviveva con un buco al centro dello sguardo, è la prova più diretta che il dispositivo fa quello che promette.
I limiti e il prezzo
PRIMA non riporta la vista com’era prima della malattia. Offre un’immagine grezza, che il paziente impara a interpretare con un percorso di riabilitazione, e serve un residuo di cellule retiniche su cui il chip possa lavorare. Il costo è la barriera più alta: Science parla di una cifra nell’ordine delle centinaia di migliaia di dollari per dispositivo, e sono in corso le trattative con i sistemi sanitari per il rimborso. Da questo dipende se l’impianto resterà per pochi o potrà arrivare a molti.
Le prossime tappe
La Germania sarà il primo mercato, con le procedure iniziali già a settembre. Negli Stati Uniti la Food and Drug Administration ha assegnato a PRIMA la designazione di dispositivo innovativo, una corsia che accelera l’esame, e l’azienda punta al 2027 per l’arrivo oltreoceano. In Italia, come nel resto d’Europa, la disponibilità dipenderà dai singoli centri oftalmici e dalle scelte di rimborso del Servizio sanitario. Per chi ha perso la visione centrale e la dava per persa, resta una possibilità in più da discutere con il proprio oculista.
Fonti: Science Corporation (comunicato via BusinessWire e BioSpace), TechCrunch, Ophthalmology Times, STAT News.