AI accessibile

Ciechi senza saper programmare costruiscono da soli i propri strumenti parlando con l’AI

Uno studio di Carnegie Mellon, University of Washington e Tufts: cinque persone cieche hanno creato oltre trenta strumenti basati sulla fotocamera dialogando con un assistente AI, senza scrivere una riga di codice.

Pubblicato il 4 min lettura Notato un errore? Scrivi a redazione

Illustrazione editoriale a tema: Ciechi senza saper programmare costruiscono da soli i propri strumenti parlando con l’AI

Riconoscere la propria auto tra le tante uguali che accostano davanti a un locale mentre si aspetta un passaggio prenotato. Capire se la persona con cui si sta parlando sta indicando qualcosa con la mano. Sono due dei problemi che cinque persone cieche e ipovedenti hanno risolto da sole, senza scrivere una riga di codice, chiedendo a un assistente basato sull’intelligenza artificiale di costruire lo strumento su misura. A raccontarlo è uno studio firmato da ricercatori di Carnegie Mellon University, University of Washington e Tufts University, comparso su arXiv il 23 luglio 2026.

Il lavoro si intitola Bespoke Visual Assistance: What and How do Blind and Low-Vision People Create with Agentic Programming? e porta le firme di Ellie Seehorn, Gene S-H Kim, Aziz Zeidieh, Ather Jammoa, Kun Lee, Aditi Shah, Jaylin Herskovitz, Anhong Guo e Venkatesh Potluri. Nell’arco di un percorso di co-progettazione, i cinque partecipanti hanno prodotto oltre trentasette strumenti diversi, tutti costruiti attorno alla fotocamera dello smartphone e adattati a bisogni personali che le app già in commercio non riuscivano a coprire.

Uno strumento per ogni bisogno, non un’app per tutti

Il perno dell’esperimento è un sistema che i ricercatori chiamano ProgramAT, un ambiente di programmazione agentica. In pratica l’utente descrive a voce cosa gli serve, l’agente traduce la richiesta in un piccolo programma che usa la telecamera e restituisce il risultato in audio. Chi partecipava non aveva competenze di sviluppo software: dialogava con l’assistente in linguaggio naturale e affinava lo strumento passo dopo passo, provandolo nelle situazioni di tutti i giorni e chiedendo correzioni quando qualcosa non funzionava.

Gli esempi citati dagli autori aiutano a capire la differenza rispetto agli assistenti generalisti. Un partecipante ha creato uno strumento che riconosce la sua vettura a noleggio quando arriva, distinguendola dalle altre dello stesso modello e colore. Un altro ha costruito una funzione che interpreta i gesti delle mani dell’interlocutore, per sapere quando indica un oggetto o un punto della stanza. Sono compiti molto specifici, che un’app pensata per il grande pubblico difficilmente affronta, perché nascono da abitudini e contesti individuali.

Perché conta per chi non vede

Le applicazioni di assistenza visiva più diffuse, da Seeing AI a Be My Eyes, descrivono l’ambiente, leggono un testo o riconoscono un oggetto in modo standard. Funzionano bene per i compiti comuni, meno per le esigenze di nicchia. Chi è cieco o ipovedente conosce meglio di chiunque altro le proprie giornate: sa quali barriere si ripresentano, quali oggetti confonde, quali situazioni lo mettono in difficoltà. Lo studio mostra che, con un agente capace di scrivere codice al posto suo, quella conoscenza diventa la base per costruire ausili personali, senza dipendere dai tempi e dalle scelte di un’azienda.

Il tema tocca da vicino un dibattito già aperto sulla programmazione assistita dall’AI. La differenza rispetto a chi sviluppa app da professionista sta nel punto di partenza: qui non ci sono programmatori ciechi al lavoro, ma utenti comuni che, parlando con un modello linguistico, ottengono strumenti su misura. Il baricentro si sposta dall’esperto all’utilizzatore finale.

I limiti che restano

Gli stessi ricercatori invitano alla prudenza. ProgramAT è un prototipo di ricerca, non un prodotto scaricabile: serviva a osservare come le persone cieche si comportano quando hanno in mano uno strumento del genere, quali strumenti scelgono di creare e dove si fermano. Restano aperte le questioni di affidabilità, perché un programma generato dall’AI può sbagliare la descrizione o interpretare male una scena, e la dipendenza dalla fotocamera e dalla connessione. Uno strumento che riconosce un’auto va bene finché la luce e l’angolazione lo permettono, e chi lo usa deve poter capire quando la risposta è incerta.

Lo studio non promette un ausilio pronto per il mercato. Segnala una direzione: la possibilità che, nei prossimi anni, chi non vede smetta di adattarsi agli strumenti disponibili e cominci a costruirseli addosso. Il testo completo, con la lista dei trentasette strumenti e le interviste ai partecipanti, è consultabile su arXiv dal 23 luglio 2026.

Chiedi a Sonar su questo articolo

Sonar è l’assistente di TecnoAccess: risponde usando solo gli articoli della testata e ti dice sempre di quando è la cosa che racconta.